Spazi sacri come spazi condivisi: denaturalizzare la relazionalità multispecie nelle comunità buddhiste dell’Himalaya

Rita Mancini – DREST (Italian Doctoral School For Religious Studies), Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea (DSAAM), Università Ca’ Foscari Venezia (2023-oggi)

Vincitrice di una borsa di dottorato finanziata dal Centro Studi UBI.

Questo progetto dottorale si sviluppa all’incrocio tra geografia culturale, studi religiosi, studi decoloniali e Critical Animal Geographies, con una prospettiva femminista e antispecista. Il lavoro si interroga sulle relazioni tra religione, ambiente e soggettività non umane, esplorando come i paesaggi vengano co-costruiti da animali umani, animali non umani, forze cosmologiche e presenze spirituali.

Attraverso un’etnografia multispecie condotta nel distretto di Solukhumbu (Nepal), il progetto analizza le ecologie affettive e rituali che prendono forma all’interno delle comunità Sherpa, storicamente legate alla scuola Nyingma del buddhismo himalayano, che incorpora elementi della tradizione pre-buddhista Bön e autoctona. In queste cosmologie, lo spazio non è un contenitore neutro, ma un campo relazionale dinamico, in cui divinità territoriali (yul-lha), valli sacre (beyul), animali, spiriti ed elementi del paesaggio partecipano alla produzione di significato e alla costruzione dell’ordine morale. Tali luoghi costituiscono veri e propri spazi epistemici, dove le conoscenze ambientali ed etiche emergono attraverso relazioni di prossimità e coabitazione multispecie.

Attraverso l’adozione di una metodologia etnografica postumanista, gli animali non umani sono considerati soggettività agentive, capaci di influenzare attivamente la vita sociale, ecologica e spirituale delle comunità. Questo approccio respinge la riduzione degli animali non umani a risorse o a dispositivi simbolici, che li confina al loro valore economico o alla loro portata semiotica e culturale; valorizza, invece, le forme di conoscenza relazionale che si generano nei contesti di interazione quotidiana, affettiva e situata.

Particolare attenzione è dedicata al modo in cui la conoscenza ambientale è site-specific e species-specific: le relazioni inter- e intra-specifiche non si sviluppano in un vuoto neutro, ma sono modellate da saperi locali, emozioni, agentività distribuite e presenze spirituali. A loro volta, queste relazioni generano nuovi ordini di senso, ridefinendo ciò che è considerato vivente, sacro e degno di cura.

Il progetto problematizza le categorie analitiche spesso utilizzate nello studio delle religioni e delle culture indigene. L’ontologia, sebbene presentata come lente neutrale o pluralista, può in realtà dissimulare rapporti di potere e mascherare asimmetrie strutturali. In quest’ottica, è necessario interrogare criticamente tanto le rappresentazioni egemoniche del buddhismo, quanto le narrazioni accademiche che rischiano di riprodurre gerarchie epistemiche, specie-specifiche e culturali.

All’interno di questo quadro, la religione non è intesa come un sistema chiuso o immutabile, ma come una pratica situata, fondata sulla prossimità relazionale multispecie. Interrogare il buddhismo in prospettiva antispecista e decoloniale significa riconoscerne sia le potenzialità etiche – come il principio di compassione verso tutti gli esseri senzienti – sia le contraddizioni, specialmente in relazione alle pratiche materiali di sfruttamento animale. Il contesto himalayano, segnato dalla pressione turistica e dalla retorica conservazionista, mostra come anche la religione possa diventare uno strumento di ordinamento ecologico e sociale, spesso in tensione con le forme di conoscenza e resistenza indigena.

In definitiva, questa ricerca problematizza le categorie stesse di “religione”, “ambiente” e “specie”, e propone di pensare la spiritualità buddhista come parte di un campo relazionale più ampio, attraversato da tensioni, affetti e possibilità di rigenerazione ecologica, culturale e politica.

Rappresentazione iconografica di Lhumukarmo sulla facciata del monastero di Junbesi, realizzata dall’ultimo maestro laico di pittura rituale attivo nella valle di Solukhumbu.
Il cavallo appartenente al defunto capo Lama, ritratto accanto a un monaco del monastero Thupten Choling (Solukhumbu).
Rappresentazione del percorso tra casa e scuola, in un disegno realizzato da un alunno Sherpa di otto anni (Solukhumbu).
Uno dei cani residenti all’interno del complesso del monastero di Tengboche (Solukhumbu).

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